Tag: Papa Francesco

Chiesa è stabilità. Con Francesco la mia fede barcolla.

Chiesa è stabilità. Con Francesco la mia fede barcolla.

Papi e cardinali che si dimettono, ordini religiosi ridimensionati. Il pontificato di Francesco è tutto un fare e disfare: tuona contro la cultura dello scarto e non fa altro che scartare.

Sant’Agostino tu mi puoi capire, “tutto ciò che finisce è tutto breve”, pensavi, e anch’io lo penso, e sto nella Chiesa per stare nella durata ma qui non dura più niente: i Papi si dimettono, i cardinali si dimettono, i fondatori vengono dimissionati… La fortezza non è più una virtù, e dalla rinuncia di Papa Benedetto ogni cosa è scardinata. Papa Francesco, Dio lo perdoni, è un autocrate confusionario, un agitato che mette agitazione. Il suo pontificato è tutto un fare e disfare. Senza mai spiegare.

Decapitati i francescani dell’Immacolata, decapitato il monastero di Bose, sberrettato il cardinale Becciu, il Vaticano sembra la Lubjanka, più sede di sinistri servizi segreti che casa del mistero dolce di Cristo. Il mio cuore ha bisogno di stabilità, Sant’Agostino, mentre la mia fede, in questo fracasso di scandali, barcolla. Mi turba l’incostanza, mi allarma la frenesia, mi angoscia una Curia che ingoia uomini e non si sa che fine fanno, mi sgomenta un Papa che tuona contro la cultura dello scarto e non fa altro che scartare.

Di Camillo Langone

Fonte: Il Foglio 26 settembre 2020

Condividi con:
Il Cardinal Burke sul patriottismo: “Dio è contrario al governo globale”.

Il Cardinal Burke sul patriottismo: “Dio è contrario al governo globale”.

“Il patriottismo è richiesto dalla legge naturale” e Dio “non rende legittimo un singolo governo globale”. Resistere ad una immigrazione islamica su larga scala, per il cardinale americano è un “esercizio responsabile del proprio patriottismo”

In Italia per partecipare al sesto Rome Life Forum (evento organizzato, tra gli altri, da Voice of the Family, dall’associazione italiana Famiglia Domani, dal Family Life International della Nuova Zelanda, dall’agenzia LifeSiteNews e dalla Società per la protezione dei bambini non nati del Regno Unito), che si è svolto nei giorni 16 e 17 maggio, il giorno prima della Marcia per la Vita, che si è tenuta nel pomeriggio di sabato 18 maggio, il cardinale americano ha dichiarato che “il patriottismo è richiesto dalla legge naturale” e che Dio “in accordo con l’ordine scritto nel cuore umano, non rende giusto e legittimo un singolo governo globale“.

Partecipando alle attività dei due giorni, assieme ad altri tre cardinali (il lettone Jānis Pujats, il tedesco Walter Brandmüller, l’olandese Willem Jacobus Eijk) ed ai massimi leader cattolici pro-vita e pro-famiglia arrivati da 30 paesi del mondo, il porporato statunitense ha lungamente spiegato che “ci sono quelli che propongono e lavorano per un singolo governo globale, cioè per l’eliminazione dei singoli governi nazionali, in modo che tutta l’umanità sia sotto il controllo di un’unica autorità politica. Per chi è convinto che l’unico modo per raggiungere il bene comune sia la concentrazione di tutto il governo in una singola autorità, la lealtà verso la propria patria o il patriottismo è diventato un male“. Per Burke, invece, “l’autorità divina, in accordo con l’ordine scritto nel cuore umano, non rende giusto e legittimo un unico governo globale: infatti, la legge divina illumina le nostre menti e i nostri cuori al fine di vedere che un tale governo sarebbe, per definizione, totalitario, dimenticando che è l’autorità divina a governare il mondo“.

Il Cardinale ha paragonato l’orgoglio peccaminoso che ispira il perseguimento di un singolo governo globale a quello “dei nostri antichi antenati, dopo il Diluvio, che pensavano di poter unire il cielo con la terra solo con le loro forze, costruendo la Torre di Babele“. Per Burke “al contrario, Dio ci incontra, e ordina le nostre vite per il bene, nella famiglia e nella patria“.

Il cardinale nordamericano, che è d’origine irlandese, ha poi spiegato che il rapporto con la patria “esige la pratica di quella parte della pietà che è chiamata patriottismo” aggiungendo che “l’amore per il proprio paese non è un peccato ma“, ha spiegato, “è incluso nel Quarto Comandamento“.

Il cardinale, che è stato uno dei 4 firmatari dei famosi Dubia, citando san Tommaso d’Aquino, ha ricordato che “l’uomo è debitore, dopo Dio, principalmente dei suoi genitori e del suo paese. Perciò, proprio come appartiene alla religione rendere culto a Dio, così appartiene alla pietà rendere culto ai propri genitori e al proprio paese“.

Burke ha attinto anche alla famosa New Catholic Encyclopedia per illustrare come praticare il patriottismo “è una forma della carità con la quale viviamo pienamente la verità del nostro essere in relazione con Dio e con il resto della sua creazione“.

Osservando la relazione storica tra pietà e patriottismo, il cardinale ha osservato come l’aggettivo latino “pius“, attribuito agli eroi romani, attraverso la grazia di Cristo, è stato sviluppato. “La pietà del mondo pagano è elevata e perfezionata per essere una risposta a Dio, nostro Creatore e Redentore, che ha desiderato portarci a vivere, in Cristo, in una famiglia e in una patria“.

Il cardinale ha parlato anche di onorare i leader civili, spiegando che “l’onore prestato ai governanti civili è essenzialmente connesso all’onore che dobbiamo, soprattutto, a Dio“. E nel caso delle malefatte dei governanti civili, ha spiegato il cardinale, l’onore mostrato loro non è per ciò che di negativo hanno fatto ma per “l’autorità che Dio ha loro affidato“. Tuttavia ha ricordato che i comandi dei governanti civili, se contrari alla legge morale, non vanno eseguiti.

Il cardinale Burke, infatti, ha riflettuto sui molti governi che, non riconoscendo che la loro autorità proviene da Dio, introducono leggi contrarie alla legge morale, per esempio “riguardo al rispetto dovuto a tutta la vita umana, dal momento del concepimento fino al momento della morte naturale“, oppure tutte quelle leggi che attaccano “l’integrità della sessualità umana ordinata al matrimonio e alla famiglia” o quelle norme che contrastano il “libero esercizio della religione“.

Nel corso del suo intervento il cardinale ha sottolineato che “in molte società domina una cultura anti-vita, anti-famiglia e anti-religiosa in aperta ribellione al buon ordine con cui Dio ci ha creati” e ha profetizzato che “il cittadino cristiano che vuole soddisfare le richieste del patriottismo oggi rischia il martirio“, o quello bianco (il pubblico disprezzo, l’indifferenza, l’essere considerati ridicoli) o quello rosso (l’attacco fisico vero e proprio, la persecuzione, la morte).

Il cardinale ha ribadito che il Catechismo di San Giovanni Paolo II del 1992 parla dei doveri delle autorità civili, dei cittadini e persino degli immigrati nei loro nuovi paesi. Le autorità civili devono proteggere i diritti conferiti da Dio all’individuo, i cittadini devono pagare le tasse, votare e difendere il loro paese, e gli immigrati devono “rispettare con gratitudine il patrimonio materiale e spirituale del paese che li riceve, obbedire alle sue leggi e assumersi gli oneri civici“. Il cardinale ha poi sottolineato che le responsabilità verso la comunità internazionale “possono essere soddisfatte solo attraverso una vita sana in famiglia e in patria, riconoscendo e rispettando le distinte identità culturali e storiche“. Burke ha pure sollevato la questione della resistenza armata a un governo ingiusto, che è “ammissibile in determinate circostanze“.

L’ex prefetto della Segnatura apostolica ha poi risposto a una domanda sugli immigrati e il loro rispetto del patrimonio culturale e spirituale del paese che li accoglie. “I musulmani hanno detto che oggi sono in grado di realizzare ciò che non erano in grado di compiere in passato con gli armamenti, perché i cristiani non sono più pronti a difendere la loro fede, ciò in cui credono. Non sono più pronti a difendere la legge morale. I cristiani non si riproducono più. Sono entrati nella mentalità contraccettiva“. Alla domanda che chiedeva lumi sulla resistenza ad una immigrazione islamica su larga scala, Burke ha risposto che è un “esercizio responsabile del proprio patriottismo“. L’altro prelato, ricordando che l’insegnamento della Chiesa sull’immigrazione è relativa all’aiuto delle persone che “non sono assolutamente in grado di trovare un modo di vivere nel proprio paese“, e ai “veri rifugiati” (“che vanno ricevuti e aiutati in ogni modo“) ha invitato a resistere all’opportunismo di molti migranti economici, a contrastare le speranze islamiche di un dominio mondiale insite in questa religione, a osteggiare una immigrazione musulmana su larga scala, ad opporsi ai pericoli di creare delle enclave musulmane legali nei paesi che ospitato i migranti musulmani (“non devi essere uno scienziato missilistico per vedere cosa è successo, ad esempio, in Europa, in paesi come Francia e Germania e anche qui in Italia e che cosa sta accadendo anche negli Stati Uniti“, dove ha spiegato il cardinale gli immigrati musulmani “hanno creato il proprio ordine legale” e “resistono all’autorità legittima dello stato“). Il cardinale americano, invece, non ha voluto commentare l’ipotesi di un rifiuto di Papa Francesco relativo alla concessione di un’udienza al vice primo ministro italiano Matteo Salvini.

La “Settimana per la vita“, all’interno della quale è stato organizzato il Rome Life Forum 2019, arriva in un momento tumultuoso non solo nella Chiesa cattolica ma nel mondo. I movimenti populisti e nazionalisti si stanno sollevando per opporsi al multiculturalismo di stato e ad un nuovo ordine mondiale illiberale. E in queste spinte da parte di alcune autorità secolari sembrano coinvolti anche alcuni chierici della Chiesa Cattolica che spingono per un organismo sovranazionale da costituire per attuare, uniformemente in tutto il mondo, politiche legate al contrasto del “cambiamento climatico” e per far rispettare gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

Negli altri interventi durante il Forum, il cardinale Willem Jacobus Eijk ha parlato della teoria gender e di “come sia una minaccia alla famiglia e alla proclamazione della fede cristiana“, lo storico Roberto de Mattei, della Fondazione Lepanto, ha ricordato che “un nuovo ordine mondiale” porterà “al caos globale“, il vescovo kakazo Athanasius Schneider ha spiegato che la città dell’uomo, senza Dio, porta alla disperazione, il cardinale Janis Pujats ha riflettuto su questioni di attualità per la famiglia e per la società mentre l’altro cardinale presente, Walter Brandmüller, ha parlato delle genesi del documento Humanae Vitae.

 

Matteo Orlando – Sab, 18/05/2019 – IL GIORNALE.IT

Condividi con:
“Cristianesimo non è buonismo”: Parla padre Elia, prete anti immigrazionista.

“Cristianesimo non è buonismo”: Parla padre Elia, prete anti immigrazionista.

Roma, 19 lug -“L’accoglienza non va mai attuata a discapito della sicurezza. La società che si riempie di sconosciuti e delinquenti è destinata a morte certa”. Non tutta la Chiesa cattolica è stata fagocitata dal vortice immigrazionista. In qualche sparuto angolo d’Italia c’è ancora chi è capace (e ha il coraggio) di pensarla diversamente dalle alte e altissime gerarchie ecclesiastiche in materia di porti da aprire, muri da abbattere, ponti e #restareumani. 

La legittimità dei confini

Uno di questi è Padre Giacobbe Elia, prete della Marsica, la cui intervista è apparsa oggi su La Verità. Elia da sempre sostiene la legittimità dei confini – che hanno avuto dall’alba dei tempi un ruolo decisivo e cruciale nell’edificazione di tutte le civiltà – e della loro difesa; elogia l’uso del crocifisso fatto dal ministro dell’interno Salvini durante la scorsa campagna elettorale, riferendosi all’invocazione della protezione di Maria come un gesto “che ha onorato Dio”, perché “ha ricordato a tutti noi le radici cattoliche della nostra fruttuosa civiltà”.  

Cristianesimo non è buonismo

Sull’immigrazione, Elia non è di manica larga: “I fedeli comprendono sempre di più che questo fenomeno è artificioso”, sostiene. “Sanno bene che i veri poveri giacciono dimenticati in Africa”. Guai a confondere “cristianesimo con buonismo“. Del resto “quelli che invitano ad aprire le porte, non accolgono nessuno nella propria casa“. Di Papa Francesco, che dice di costruire ponti, dice che “Vive in Vaticano, circondato da mura. Solo le città che hanno mura possono costruire ponti”, creati dall’economia, dal desiderio di conoscere altre civiltà. “Ma può conoscere un’altra civiltà solo chi ne possiede una propria”.

Cristina Gauri

da: LA VERITA’

 

Condividi con:
La Chiesa sta sprofondando, ma il Vaticano lancia la Crociata contro Salvini

La Chiesa sta sprofondando, ma il Vaticano lancia la Crociata contro Salvini

di Antonio Socci

Ma che sta succedendo nella Chiesa cattolica? La situazione non è solo catastrofica: è anche assurda. Infatti la realtà parla di chiese che si svuotano drammaticamente in Occidente e di un Oriente dove i cristiani sono duramente perseguitati.

La realtà parla di sparizione dei tradizionali movimenti cattolici, di scontri interni alla Curia, di continui scandali e di enorme confusione fra i fedeli per le trovate rivoluzionarie di papa Bergoglio (che nei giorni scorsi ha pure “dimenticato” il dogma dell’ Immacolata Concezione).

Ma di tutto questo gli ecclesiastici non si occupano e non si preoccupano. Ai pastori non interessano le pecore che si stanno smarrendo e disperdendo.

La casta ecclesiastica è tutta presa dalla politica. È una vera febbre. Già questo è surreale, ma non basta. Infatti non vogliono portare nella politica la «dottrina sociale» della Chiesa o i «principi non negoziabili», come si potrebbe credere. Seguendo il verbo bergogliano hanno un solo tema teologico-politico da affermare con piglio fondamentalista: i migranti.

Dunque i migranti ormai sono diventati la loro bandiera ideologica da sventolare, ma anche, addirittura, una sorta di soggetto messianico con cui ribaltare l’ annuncio cristiano, perfino nel presepio: come se gli angeli avessero annunciato ai pastori l’ arrivo del «migrante Gesù», anziché la nascita del Figlio di Dio.

Secondo il sentire comune della gente, gli ecclesiastici ormai si occupano solo di migranti, solo di loro parlano. E in effetti le gerarchie clericali si tuffano in politica con il preciso intento di fare la guerra a Salvini: è lui il Satana a cui gridare «Vade retro!», come proclamò la nota copertina di °Famiglia cristiana°.

Proprio lui, che pure ha pubblicamente dichiarato di voler difendere le nostre radici cristiane, è il Male contro cui il mondo clericale si mobilita e si scatena.

Ieri Salvini, dall’ Abruzzo, ha risposto: «Sono un peccatore, ma non fesso. Quest’ anno invece che 120 mila, ne sono arrivati solo 20 mila: 100 mila in meno, con un miliardo di risparmio, molti morti in meno e molti reati in meno».

Significa che il vicepremier non demorde e non vuole che l’ Italia torni ad essere il campo profughi d’ Europa e d’ Africa. La maggioranza degli italiani e dei cattolici la pensa come lui.

Proprio per questo ormai è continua la “chiamata” all’ impegno politico contro Salvini, da parte dell’ establishment bergogliano. Rispondono “presente” i giornali clericali, la Cei e – sia pure flebilmente – le associazioni cattoliche (o quello che ne è rimasto).

Ieri perfino l’ ex presidente della Cei (oggi presidente dei vescovi europei), il cardinal Bagnasco, arcivescovo di Genova, che finora era considerato uno dei pochi rimasti in linea con il magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, si è schierato e si è guadagnato il titolo con cui La Stampa ha aperto la prima pagina: «”Obiezione di coscienza”. La mossa della Chiesa contro il decreto sicurezza». Il riferimento era proprio all’ arcivescovo di Genova: «La carica la suona il cardinale Bagnasco» che – secondo il giornale torinese – «schiera la Chiesa sul decreto sicurezza: “Sì all’ obiezione di coscienza”».

La Ue non si critica – Sul caso “migranti della Sea Watch” è intervenuto pure mons. Guerino Di Tora, presidente della commissione per le migrazioni della Cei, che ha tuonato: «Chi si tira indietro non ha la coscienza a posto».

Anche l’ arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, tuona invitando a non «rimanere in silenzio dinnanzi ai disumani decreti che aggravano la sofferenza di chi è vessato da povertà e guerra».

Non risulta si siano viste le stesse mobilitazioni, né così aspre denunce della chiesa bergogliana, negli ultimi sei anni in cui, grazie all’ euro, alle politiche della Ue e ai governi italiani allineati ad essa, da noi sono esplose la povertà e la disoccupazione (con migliaia e migliaia di aziende chiuse).

Né si ricordano mobilitazioni papali e parole di fuoco in favore delle popolazioni terremotate e dei loro inverni al freddo. Sono solo due esempi (si potrebbero aggiungere la legge sulle unioni civili e altre trovate dei precedenti governi che avrebbero dovuto far reagire la Chiesa).

Nelle (tante) invettive politiche ecclesiastiche non si trova mai la critica all’ Unione Europea, anzi: proprio la Ue (da non confondere con l’ Europa che è tutt’ altra cosa) sembra sia diventata l’ ancora di salvezza politica di questa gerarchia clericale. Proprio questa Unione Europea che è diventata la realtà politica più laicista e anticristiana dell’ Occidente. I clericali ne parlano con gli stessi argomenti entusiasti di Emma Bonino.

Quello che però sconcerta la casta ecclesiastica è il fatto che il popolo cattolico non li segua. Anzi, sembra fare la scelta opposta, dando la sua preferenza maggioritaria alla Lega e ad altri gruppi sovranisti.

I cattolici, sia quelli più praticanti, che quelli meno praticanti, preferiscono rifarsi a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI, cioè al tradizionale insegnamento cattolico, piuttosto che alle “rivoluzioni” bergogliane.

Perciò il disappunto nell’ élite clericale è palpabile. Sono generali senza esercito. Lo si percepisce in queste parole di padre Antonio Spadaro, che è lo stratega di papa Bergoglio: «Non basta più formare i giardini delle élite e discutere al caldo dei “caminetti” degli illuminati. Non bastano più le accolte di anime belle… Facciamo discorsi ragionevoli e illuminati, ma la gente è altrove».

In effetti la gente è altrove, i cattolici dissentono dalla gerarchia bergogliana, applaudendo Salvini. Anche se papa Bergoglio li bastona proclamando che è meglio essere atei che essere cattolici che rifiutano l’ invasione migratoria (oltretutto islamica, dunque assai poco integrabile).

I fedeli cattolici (con tutti gli altri) percepiscono, sulla propria pelle, che questo scombussolamento di popoli che entusiasma le élite (anche delle Nazioni Unite), è devastante sia per i Paesi di arrivo che per i Paesi di partenza (la pensano così anche i vescovi africani).

Dunque padre Spadaro vorrebbe riportare “in linea” la gente che è altrove. Così nei giorni scorsi ha preso la parola per vergare una sorta di Manifesto politico, pubblicandolo sulla rivista dei gesuiti. Se il Decalogo dato da Dio a Mosè sul Sinai è chiamato «le dieci parole», padre Spadaro ha voluto far di meglio: a lui bastano «Sette parole per il 2019» per illuminare le genti (così spera).

Purtroppo però sono parole già sentite e risentite, da anni, in qualunque intervento di esponenti del Pd e nei quotidiani articoli di Repubblica: la paura, le migrazioni, l’ Europa, il populismo, la democrazia…

La sensazione è che tutto questo tuonare poi non porti alla formazione di una lista cattolica alle elezioni europee, perché contarsi sarebbe molto controproducente. I più ritengono che tutto si risolverà in un appoggio ecclesiastico al Partito democratico, ancor meglio se guidato da Zingaretti, perché – si dice oltretevere – gli ecclesiastici dell’ epoca bergogliana si trovano meglio con i post comunisti che con Renzi.

di Antonio Socci

Pubblicato domenica, 06 gennaio 2019 ‐ Libero Quotidiano

Condividi con:
La lettera di Laura Malchiodi a Papa Francesco

La lettera di Laura Malchiodi a Papa Francesco

Dopo il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della santa sede 

Sua Santità, Le scrivo, ancora, perché trovo sempre più difficile considerarmi Cattolica. Eppure sono sempre stata molto vicina alla Chiesa, grazie anche al fatto che provengo da una famiglia molto religiosa, con due pro-zii Vescovi (Umberto Malchiodi, Vescovo di Piacenza e Gaetano Malchiodi, Vescovo a Loreto, erano fratelli di mio nonno Aldo)… ma non solo per questo. La lettura dei Vangeli, che ho cominciato alle medie e quella della Bibbia, che ho iniziato ad affrontare nel 1972, a 15 anni (grazie al regalo di zio don Umberto), mi hanno sempre più coinvolta. Ho poi conosciuto Madre Speranza, che mi ha detto che sarei rimasta delusa dalla Chiesa, ma che avrei dovuto lottare contro le sue storture e non avrei dovuto abbandonarla… Lei mi sta rendendo estremamente difficile mantenere questa promessa. Oggi, per la prima volta nella mia vita, non me la sento di andare a Messa.

E pensare che ero così felice quando L’ho vista la prima volta!

La Sua scelta del nome Francesco (il mio Santo preferito) mi aveva fatto sperare che Lei volesse in qualche modo testimoniare il suo distacco dai capitoli bui della nostra storia, che hanno visto i Gesuiti come protagonisti di pogrom e persecuzioni orribili nei confronti degli Ebrei… ma evidentemente mi sbagliavo. 

E non Le scrivo solo a mio nome. Miei amici, conoscenti e parenti ogni giorno mi confessano il loro imbarazzo profondo e la crisi che stanno attraversando, grazie a Lei.

Le sue gaffes imbarazzanti in occasione del suo viaggio in Israele e in Cisgiordania… il suo assordante silenzio in occasione del rapimento dei tre ragazzi israeliani e la sua sollecita preghiera in occasione della tragica vendetta su un ragazzo palestinese, … la Sua assenza al Convegno ecumenico di Salerno dello scorso novembre (ha preferito andare ad elogiare il fedele alleato di Hamas, in Turchia),… e adesso il suo riconoscimento dello Stato Palestinese e la sua elezione di un capo terrorista ad “angelo della pace”… mi hanno sconvolta e profondamente ferita.

In questi mesi mi sono domandata il perché.

Ho pensato che forse Lei non ha letto mai gli statuti di Olp e Hamas, che negano in assoluto la possibilità di esistere a Israele (se è questo il caso, La invito a farlo subito). Condivido l’opinione che la pace in Israele potrà essere raggiunta solo attraverso negoziati che prevedano due Stati, e credo che sia questo il punto che l’Occidente dovrebbe sottolineare e pretendere, anche e soprattutto dai Palestinesi. È infatti noto che è questo il punto dolente, perché per Statuto, sia Olp che Hamas non possono accettare l’esistenza dello Stato ebraico israeliano ed è su questo punto, su questa richiesta di RECIPROCITÀ, che si sono arenati tutti i negoziati di pace.

L’Occidente finge di sostenere Israele, ma accetta che Israele non possa scegliere la propria capitale storica, Gerusalemme, perché l’idea non piace ai Palestinesi. E ai Palestinesi l’idea non piace perché per negare il futuro al popolo israeliano, negano anche la loro storia e la loro presenza millenaria in quei territori. (Stanno negando anche la nostra storia, al punto da dichiarare che Abramo e Gesù non erano ebrei, ma palestinesi… e celebrando la Liturgia a Betlemme con alle spalle quel manifesto di propaganda palestinese, Lei ha avvalorato – spero inconsapevolmente – questa assurda tesi…). Una cosa analoga è avvenuta in Armenia circa cento anni fa, e anche allora l’Occidente ha assistito indifferente (quando non ha collaborato attivamente) al genocidio armeno che ne è seguito.

Mi sono detta che forse non ha saputo della sentenza emessa dalla corte francese di Versailles, del 2013 (ed è risaputo che la Francia con Ebrei e Israele non è affatto tenera!). In questa occasione, il tribunale di Versailles ha stabilito che – secondo il diritto internazionale – quella di Giudea e Samaria è un’occupazione legittima, che non viola nessuna norma internazionale, contrariamente a quanto sostiene la propaganda di Olp e Anp, propaganda che – come sottolineato nella sentenza di Versailles – non costituisce diritto internazionale.

O forse, mi sono detta, non ha saputo che recentemente Anp e Olp e Hamas sono stati accusati di terrorismo da un altro tribunale, a New York. Anche il Suo interlocutore preferito, “l’angelo della pace” Abu Mazen, è stato condannato per atti terrorismo in questa occasione… E una banca giordana è stata multata per aver finanziato, con prestiti, il terrorismo di Hamas. (E questo dovrebbe mettere in serio imbarazzo anche l’Europa, che da anni offre generosi finanziamenti ai Palestinesi, senza preoccuparsi di come vengono utilizzati).

Ma mi sono anche detta che una persona che sta utilizzando il potere politico che ha Lei, non può non aver prima studiato con attenzione la situazione e la storia di quei territori quindi Le chiedo: perché?

Perché non ha reagito neppure alla richiesta europea e dell’Italia dell’etichettatura obbligatoria per le aziende israeliane che operano in Samaria e Giudea?

È difficile capire questa scelta italiana, anche considerando le ripetute promesse del nostro Governo di sostenere Israele, in quanto unico Stato democratico in mezzo ad una polveriera impazzita e minacciato seriamente dall’Iran.

È evidente che lo scopo della richiesta dell’etichettatura è finalizzata ad un prossimo boicottaggio, già in uso presso le cooperative italiane – e non solo – e che tanto ricorda le prime leggi razziali del periodo fascista… Davvero non comprende che cosa significa boicottare le aziende israeliane, dove lavorano anche molti arabi palestinesi e israeliani? Significa boicottare la normalizzazione, l’integrazione, la dignità di quel popolo, dignità che si ottiene con il lavoro, come Lei stesso ultimamente ha spesso ripetuto in riferimento alla disoccupazione in Italia. E boicottare questo, boicottare la normalizzazione, significa boicottare la pace.

Gli oltre 800.000 ebrei che vivevano da secoli nei paesi arabi, che dalla fine degli anni ’40 sono stati espropriati di soldi, case e terreni (i terreni espropriati corrispondevano a circa 5 volte lo Stato di Israele), sono stati accolti dal piccolo neonato stato israeliano e hanno avuto la possibilità di ricostruirsi una vita. Possibilità negata ai profughi palestinesi, visto che i Paesi arabi hanno rifiutato anche la proposta di dare loro parte delle ricchezze e dei terreni espropriati agli ebrei. Possibilità negata perché solo costringendoli a vivere da profughi, in cattività, impediscono loro di sentirsi uomini liberi e quindi non desiderosi di recriminare diritti assurdi (perché solo ai discendenti dei palestinesi questo diritto? Perché non ai discendenti degli ebrei? O degli italiani cacciati dall’Istria?…)

Ha mai pensato a cosa può condurre la Sua politica per i figli e i nipoti di quegli ebrei, che con tanta fatica si sono ricostruiti una vita, in Israele? Davvero considera giusto e legittimo sostenere chi li vuole – ancora una volta – cacciare ed espropriare di tutto? Anche della loro vita?

Sono trascorsi solo 70 anni dalla nostra presunta liberazione dal nazismo, dalle leggi razziali, da un antisemitismo becero e vergognoso. Cinquant’anni fa, veniva firmato il documento Nostra Aetate che avrebbe dovuto modificare radicalmente anche i rapporti tra Chiesa e mondo ebraico, aprendoci ad un dialogo onesto e alla pari (e non si immagina quanto mi renda orgogliosa l’ultima firma di quel documento!)

Eppure oggi, come negli anni ’20, stiamo ripercorrendo la stessa strada, commettendo gli stessi errori. E questo fa molto male.
E fa ancora più male assistere, ancora, impotenti, a certi comportamenti antisemiti in seno alla Chiesa…. ai vertici della Chiesa.
Sembra che quello che Le interessa non sia la pace in quei territori martoriati, ma colpire gli Ebrei…
Devo pensare che lo faccia per salvaguardare la vita dei cristiani in Medio Oriente e in Occidente? La storia ci insegna a non fidarci di tali alleanze! Oltre al fatto che noi Cristiani siamo chiamati a fare scelte coraggiose! E il Vescovo di Roma dovrebbe essere il primo a dare l’esempio…

Le ho già scritto altre volte… allora speravo in una Sua risposta, perché lo stato in cui mi trovo – soprattutto per questi motivi – è davvero grave. Anche stanotte non ho dormito e Le ho twittato… ma evidentemente non Le interessa l’avermi ferita, così profondamente. D’altra parte chi sono io, per destare il Suo interesse?

Mi scuso per la durezza della mia lettera… ma quando sto male mi è difficile nascondere il mio stato e la gravità dei suoi ultimi atti non mi ha dato scelta.

Continuerò a pregare per Lei e perché il Signore mi aiuti a perdonarLa.

Laura Malchiodi 

Fonte: www.Kolot.it

18 maggio 2015

Condividi con:
L’affondo del noto teologo don Nicola Bux: “Il Vangelo? Non è rivoluzionario”

L’affondo del noto teologo don Nicola Bux: “Il Vangelo? Non è rivoluzionario”

“Il Papa non può propagandare le sue idee private rispetto alla perenne verità cattolica. Il Vangelo? Non è rivoluzionario”: è l’affondo del noto teologo barese don Nicola Bux, apprezzato consigliere di Papa Ratzinger, in questa intervista al Quotidiano.

Don Nicola, il Vangelo, come affermato dal Papa, è rivoluzionario?

“No. Questa è una tesi che andava in vigore negli anni ‘70, dopo la pubblicazione di alcuni libri, e risente delle idee del sessantotto e del marxismo. Venne fuori per rendere maggiormente appetibile la figura di Gesù, ma non ha fondamento teologico”.

Perché?

“Il Vangelo stesso ci dice che Gesù non è venuto ad abolire la Legge, ma a darle compimento e questo da solo basterebbe. Una rivoluzione che si rispetti non risparmia il passato e neppure l’esistente. Gesù, al contrario, è un ricapitolatore secondo la bella espressione di San Paolo, ricapitola in sé le cose. E’ vero che nell’Apocalisse c’è scritto che egli fa nuove tutte le cose, ma quel verso va letto come portare a compimento”.

Meglio atei che cristiani che odiano?

“Io credo che il problema sia quando il Papa si allontana dal testo scritto che gli preparano ed alza gli occhi alla platea. La mia sensazione è che certe affermazioni, oltre che da un certo autocompiacimento, nascono dal fastidio che egli nutre verso la Chiesa. Papa Francesco preferisce una visione di Chiesa come popolo indistinto rispetto a quella intesa in senso vero. Non si accorge, però, che scivola in una visione contraddittoria e peronista, una schizofrenia che cozza contro la stessa idea di misericordia tanto diffusa e seguita”.

Perché?

“Se dico che chi odia, dunque effettivamente in stato di peccato, fa bene a stare fuori della Chiesa e allo stesso tempo affermo che bisogna fare entrare il divorziato risposato civilmente, ugualmente peccatore  dandogli la comunione, cosa che è impossibile, cado in contraddizione. Entrambi infatti sono in peccato. E allora perché essere severi con chi odia e misericordiosi col divorziato risposato? Torniamo al tema del peronismo. Succede che paradossalmente si vuole fare entrare quelli che sono fuori, ma poi escono quelli che sono dentro. Certe asserzioni, se cadono su fasce deboli o poco consapevoli, sono pericolose e hanno effetti deleteri. Rischiamo di svuotare ancor di più le chiese”.

E allora?

“E’ un tema di fondo. Può il Papa propagandare le sue idee private rispetto a quelle della perenne verità cattolica? No. Non è un dottore privato e non è pensabile modificare a piacimento o dare versioni che urtano contro la dottrina cattolica e il deposito della fede, che non è un museo, ed anche qui ci sarebbe da dire”.

Prego.

“Se i musei fossero roba inutile nessuno andrebbe a visitarli, non le pare? I pastori della Chiesa devono manifestare sempre fedeltà alla sana e perenne dottrina e verità senza inquinamenti, ma custodendole con cura”.

Bruno Volpe

 

Fonte: Quotidiano di Foggia Pubblicato il  4 Gennaio 2019

+39 0881 773633;   redazione@quotidianodifoggia.it

Condividi con:
Dalle donne cardinale ai matrimoni omosessuali.

Dalle donne cardinale ai matrimoni omosessuali.

Significative connessioni seguendo le tracce del gesuita Keenan

di Aldo Maria Valli

Creare donne cardinale. Otto per l’esattezza. Con tanto di elenco. È la proposta del gesuita James Keenan  (https://www.ncronline.org/news/accountability/if-we-want-reform-church-lets-make-women-cardinals) che sostiene: sarebbe l’unico modo di riformare la Chiesa.

Non è la prima volta che padre Keenan lancia la sua idea. Interessanti sono comunque i nomi delle otto “candidate”. Vediamoli.

Suor Margaret Farley, già censurata dalla Congregazione per la dottrina della fede per il suo libro Just Love. A Framework for Christian Sexual Ethics (New York, Continuum, 2006), è una sostenitrice della masturbazione e dell’omosessualità. Nel suo libro afferma fra l’altro che “dovrebbe essere ormai chiaro che le relazioni e le attività omosessuali possono essere giustificate secondo la stessa etica sessuale delle relazioni e delle attività eterosessuali”.  Inoltre suor Margaret è contro l’indissolubilità del matrimonio, in quanto, scrive, “la mia personale posizione è che l’impegno matrimoniale sia soggetto a scioglimento per le stesse ragioni fondamentali per le quali ogni impegno permanente, estremamente grave e quasi incondizionato, può cessare di esigere un vincolo”.

Suor Mary Ann Hinsdale è collega di padre Keenan al Boston College, nonché ammiratrice di Gregory Baum, ex sacerdote, morto un anno fa a novantaquattro anni, il quale nel suo ultimo libro rivelò di essere omosessuale da quando aveva quarant’anni. Baum, nato in una famiglia di origine ebraica e sostenitore a sua volta del matrimonio omosessuale, è stato l’estensore della prima parte del documento conciliare Nostra Aetate (sul dialogo della Chiesa con gli ebrei) ed è stato colui che spinse la Chiesa del Canada a rifiutare l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI.

Suor Mary Catherine Hilkert ha firmato una dichiarazione femminista che chiede la fine del patriarcato nella Chiesa e l’accettazione dell’omosessualità.

Suor Theresa Forcades, anche lei militante femminista e teorica di una “teologia queer” (attenta cioè a tutte le forme di sessualità “non convenzionali”), accusa la Chiesa di essere misogina e dice che l’intera struttura va cambiata. Perché? La Chiesa è fondata sul clericalismo e, poiché solo i maschi possono essere ordinati sacerdoti, il clericalismo è fondato a sua volta sul maschilismo. Dunque spazio alle donne e alle sessualità alternative.

Linda Hogan, irlandese, docente di teologia al Trinity College di Dublino, autrice di saggi che ruotano attorno all’”etica interculturale femminista” e di un articolo in difesa dei “matrimoni” fra persone dello stesso sesso (pubblicato in piena campagna referendaria irlandese sui matrimoni gay nel 2015), fu già proposta come “cardinalessa” da padre Keenan nel 2013.

Agnes Brazal, teologa di Manila, è specializzata in femminismo, migrazioni e post-colonialismo.

Elizabeth Johnson, teologa femminista, è autrice di un saggio intitolato Colei che è. Il mistero di Dio nel discorso teologico femminista.

Cathleen Kaveny, anche lei del Boston College, nel 2014 condusse un dibattito pubblico con il cardinale Kasper nel corso del quale, circa la questione dei divorziati risposati, il porporato affermò: “Papa Benedetto ha detto che possono essere in comunione spirituale con Cristo, e allora perché non l’eucarestia?”.

Phyllis Zagano, studiosa specializzata nelle ricerche sul ruolo delle donne nella Chiesa, è sostenitrice del diaconato e dell’ordinazione femminile.

Shawn Copeland (di nuovo Boston College) è teologa e antropologa su posizioni pro Lgbt.

Ecco qua dunque le “magnifiche otto” proposte dal padre Keenan per il cardinalato.

C’è da dire che il tema del cardinalato femminile ogni tanto riemerge. Durante il concistoro del giugno 2017, per esempio, il neo-cardinale svedese Anders Arborelius suggerì al papa di prendere in considerazione l’ipotesi della creazione di un organismo consultivo speciale, formato da sole donne, per “offrire maggiori opportunità alla leadership femminile nella Chiesa”. L’organismo, aggiunse Arborelius, potrebbe avere un ruolo ufficiale: “Abbiamo un collegio cardinalizio, ma potremmo avere anche un collegio di donne per dare consigli al papa”.

Si racconta inoltre che Giovanni Paolo II, al quale qualcuno consigliò di creare cardinale Madre Teresa di Calcutta, rispose: “Gliel’ho chiesto, ma lei non vuole”.

Una donna cardinale, spiegano gli esperti, teoricamente non è impossibile, né teologicamente né dal punto di vista canonico. Il cardinalato infatti è un ruolo per il quale non è necessaria l’ordinazione ministeriale.

A favore di ruoli di responsabilità per le donne si è schierato anche il cardinale Reinhard Marx (“Abbiamo bisogno di una nuova immagine di Chiesa, una Chiesa mondiale guidata da uomini e donne, di tutte le culture, che lavorano insieme”), ma, ripeto, ciò che colpisce nella proposta del padre Keenan non è tanto la proposta in sé, quanto i nomi delle otto: tutte, come abbiamo visto, femministe a favore del matrimonio omosessuale, della “liberazione sessuale” e della transessualità.

Si tratta di un filone di pensiero che presso alcuni gesuiti incontra particolare favore, come si vede bene nel caso di padre James Martin, il più celebre gesuita pro Lgbt.

Scorrendo poi i nomi delle otto possibili “cardinalesse” si scoprono interessanti connessioni.

Una delle suore proposte da Keenan nel suo elenco, Theresa Forcades, è molto amica del sacerdote José Tolentino de Mendonça, vicerettore dell’Università Cattolica di Lisbona e consultore del Pontificio consiglio della cultura, che quest’anno è stato scelto dal papa per predicare gli esercizi spirituali a lui e all’intera curia romana.

Tolentino non ha mai nascosto il suo apprezzamento per suor Forcades, tanto da scrivere una prefazione piena di complimenti al libro della religiosa catalana A teologia feminista, na história.

Spinto dall’entusiasmo, Tolentino arriva a sostenere che la storia dell’Occidente, addirittura, sarebbe stata diversa se la nostra cultura avesse adottato il metodo Forcades, ovvero “un modo simbolico, aperto e sensibile di approcciare il reale invece delle trionfali grammatiche univoche che conosciamo”.

Un modo “aperto e sensibile”, opposto alle “grammatiche univoche”, significa ovviamente dire sì al matrimonio omosessuale e al transessualismo, proprio come sostiene suor Forcades.

Ma è il nome dello stesso padre Keenan a permettere altre connessioni significative.

All’inizio del 2003, infatti, il gesuita americano si schierò con decisione, nel Massachusetts, contro un emendamento costituzionale che definiva il matrimonio come unione stabile di un uomo e una donna. Sì, avete capito bene: Keenan, sacerdote cattolico, si schierò contro. E con lui ci furono altri due preti.

All’epoca padre Keenan incominciò la sua testimonianza contro l’emendamento con queste parole: “Sono qui oggi per testimoniare contro H.3190 [la sigla dell’emendamento, ndr] perché è contrario all’insegnamento cattolico sulla giustizia sociale”. E concluse sulla stessa linea: “Come sacerdote e come teologo morale, non riesco a vedere come qualcuno possa usare la tradizione cattolica romana per sostenere H. 3190”.

La Massachusetts Catholic Conference pubblicò prontamente un memorandum per stigmatizzare la presa di posizione di Keenan, sottolineando la completa distorsione dell’insegnamento cattolico operata dal gesuita. Sostenere, come fece Keenan, la necessità di respingere un emendamento costituzionale che definiva il matrimonio l’unione stabile di un uomo e una donna, e motivare l’opposizione spiegando che un tale emendamento avrebbe leso i principi della giustizia sociale cattolica, significa, disse il memorandum, travisare completamente l’insegnamento della Chiesa, ma tutto ciò non ha impedito al gesuita di proseguire nella sua brillante carriera di docente e organizzatore di grandi eventi, tra i quali molti convegni di teologia morale.

E proprio a proposito di convegni ecco un’altra connessione interessante.  Quando Keenan, l’estate scorsa, ha organizzato a Sarajevo un meeting internazionale sull’etica cattolica, con numerosi oratori a favore di femminismo, matrimonio omosessuale e altri “diritti” Lgbt, sapete chi gli ha inviato una lettera di tre pagine piena di apprezzamento? Papa Francesco in persona.

“A Critical Time for Bridge-Building: Catholic Theological Ethics Today”, questo il titolo del convegno, e ovviamente il riferimento alla costruzione di ponti non poteva sfuggire a Bergoglio, che nel messaggio scrive:  “Sarajevo è città di ponti. Anche il vostro convegno ha voluto ispirarsi a questo motivo dominante, preso a monito per ricostruire, in un clima di divisioni e di tensioni, cammini nuovi di avvicinamento tra popoli, culture, religioni, visioni della vita, orientamenti politici. Ho apprezzato questo vostro sforzo fin dall’inizio, in occasione della visita in Vaticano dei membri del vostro Planning Committee, nel marzo scorso”.

Dunque papa Francesco apprezza. E aggiunge: “Se mi chiedo come possa l’etica teologica offrire il proprio specifico contributo in tal senso, apprezzo l’intuizione che vi proponete di attuare: fare rete tra persone che, nei cinque continenti, con modalità ed espressioni diverse, si dedicano alla riflessione etica in chiave teologica e si sforzano di trovare in essa risorse nuove ed efficaci. Con tali risorse si possono condurre analisi appropriate, ma soprattutto mobilitare energie in ordine ad una prassi compassionevole e attenta al dramma umano per accompagnarlo con cura misericordiosa. Per tessere questa rete, urge prima di tutto tra di voi costruire ponti, condividere percorsi, accelerare avvicinamenti. Non si tratta certo di uniformare i punti di vista, ma piuttosto di cercare con volontà sincera la convergenza negli intenti, nell’apertura dialogica e nel confronto sulle prospettive… E imparerete sempre meglio le forme della fedeltà alla Parola di Dio che ci interpella nella storia e della solidarietà con il mondo, sul quale non siete chiamati a emettere giudizi, ma a indicare strade, accompagnare cammini, lenire ferite, sostenere fragilità.Ringrazio con voi i responsabili che lasciano l’incarico e quelli che lo assumono, prego per loro e a tutti invio di cuore la mia benedizione, chiedendo per favore anche a voi di pregare per me”.

Dunque i teologi che si occupano di morale non sono chiamati “a emettere giudizi” sul mondo.

E a Sarajevo poteva forse mancare la compagnia di giro tanto cara a Keenan? Certo che no. Ecco dunque, fra gli altri, Linda Hogan, la femminista pro gay possibile “cardinalessa”; Stephan Goertz, uno dei più aperti sostenitori della necessità di arrivare a un riconoscimento delle coppie omosessuali sul piano sacramentale; il dottorando omosessuale Craig A. Ford Jr. (tanto per cambiare del Boston College) che ha consigliato a cattolici queer e Lgbtia di stare alla larga dai confessionali; il teologo sudtirolese Martin Lintner, grande sostenitore di Amoris laetitia e secondo il quale “la Chiesa deve svelenire l’eros”; e Charles Curran, sì, proprio lui, il “teologo della sessualità”, la cui storia è emblematica di una certa teologia del dissenso cattolico.

Ordinato sacerdote nel 1958, Curran nel 1967 viene esonerato dalla docenza di teologia morale all’Università Cattolica di Washington per le sue idee decisamente poco cattoliche. Reintegrato in seguito alla protesta di una quarantina di docenti e qualche migliaio di studenti, nel 1968 diventa portavoce del dissenso contro l’enciclica Humanae vitae e continua imperterrito a sfidare la posizione ufficiale della Chiesa su argomenti come i rapporti sessuali prematrimoniali, la masturbazione, i metodi contraccettivi, l’aborto, l’omosessualità, il divorzio, l’eutanasia e la fecondazione in vitro. Si arriva così al 1986, quando la Congregazione per la dottrina della fede, presieduta da Joseph Ratzinger, dopo numerosi quanto inutili richiami, stabilisce la definitiva espulsione di Curran dalla facoltà dell’Università Cattolica d’America e la proibizione di insegnare teologia, in quanto l’aperto dissenso del teologo americano rispetto al magistero cattolico non può essere compatibile con la docenza. Di nuovo, alcuni professori protestano e il cardinale Joseph Bernardin (1928-1996) di Chicago propone una mediazione: mantenere Curran nell’università, a patto che non insegni etica sessuale, ma la mediazione non ha esito, e neppure una successiva causa legale intentata da Curran ha successo.

Ma tra i nomi di spicco presenti alla conferenza di Sarajevo ci sono stati anche molti partecipanti a un precedente evento sponsorizzato dai gesuiti. Parliamo della Giornata di studi tenutasi a Roma nel maggio 2015 in vista del secondo Sinodo sulla famiglia, con il gesuita francese Alain Thomasset, il quale precisò che la Giornata di studi doveva servire in vista dell’”ammorbidimento della peccaminosità oggettiva” degli atti omosessuali, così come di alcune forme di contraccezione non ammesse dalla Chiesa.

Tra i partecipanti e i finanziatori (con fondi della Conferenza episcopale Usa) del convegno di Sarajevo figura il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, già protetto dal cardinale omosessuale e predatore seriale Theodor McCarrick, il quale Cupich si è distinto di recente per aver sostenuto in un’intervista che, rispetto alla crisi degli abusi sessuali, il papa ha un’agenda ben più ampia (“a bigger agenda”) della quale occuparsi, a partire da ambientalismo e migranti.

A Sarajevo alla fine del convegno è stato emesso un documento nel quale i partecipanti dicono: “Il nostro compito profetico non è solo quello di critica, ma anche quello di annunciare e descrivere un nuovo ordine, una nuova alleanza, un nuovo futuro.”

Ecco, in sintesi, le persone al centro di quelle reti che Francesco chiede di mettere in relazione sempre più stretta per “costruire ponti, condividere percorsi, accelerare avvicinamenti”.

L’avvicinamento, sì. Al baratro.

Aldo Maria Valli

Condividi con:
Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

di Aldo Maria Valli

«Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero ad essere perpetrati».

Chi scrive queste parole è un arcivescovo, già nunzio apostolico negli Stati Uniti dal 2011 al 2016. Ora in pensione, ha deciso di aprire il suo cuore e di dire tutto ciò di cui è venuto a conoscenza circa la vicenda degli abusi sessuali nella Chiesa. Una testimonianza che si conclude con una richiesta dura e perentoria: papa Francesco si faccia da parte. Perché anche lui ha saputo, ma ha coperto.
Autore del memoriale, come spiega La Verità in edicola oggi, è monsignor Carlo Maria Viganò, settantasette anni, che prima di essere inviato come nunzio negli Usa è stato responsabile del Governatorato della Città del Vaticano e prima ancora nunzio in Nigeria, delegato per le rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato della Santa Sede e membro della Commissione disciplinare della Curia romana.
«Restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti». È con questa motivazione che il monsignore ha deciso di parlare. «Se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l’omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia».
E alle parole fa seguire i fatti, cioè le notizie. Documentate, circostanziate. Il tono è dolente, ma lo stile asciutto.
La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la vicenda del cardinale McCarrick. Quando ha visto che di fronte alle nefandezze commesse dallo “Zio Ted”, emerse in tutta la loro evidenza negli ultimi mesi, tutti ai vertici della Chiesa sono caduti dalle nuvole, tanto che è stato un diluvio di «io non sapevo», monsignor Viganò si è messo a scrivere. Un atto d’accusa che parte da lontano, da prima del pontificato di Francesco, e arriva fino a oggi.
«Ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità delle quali in relazione al caso tristissimo dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II, come Delegato per le Rappresentanze Pontificie dal 1998 al 2009 e da Papa Benedetto XVI come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016».
Viganò spiega che due ex nunzi negli Stati Uniti, ambedue deceduti prematuramente, ovvero Gabriel Montalvo (in servizio dal 1998 al 2005) e Pietro Sambi (che ricoprì l’incarico dal 2005 al 2011), «non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell’arcivescovo McCarrick». Ma nessuno si mosse.
In particolare Viganò rivela che «il Nunzio Sambi trasmise al Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone una Memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti in cui lo stesso Littleton raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell’allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il Nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua Memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia ed avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede».
In quanto delegato per le rappresentanze pontificie, nel 2006 Viganò scrive un appunto sul caso Littleton e lo trasmette al cardinale Tarcisio Bertone e al sostituto Leonardo Sandri. Afferma che i comportamenti attribuiti a McCarrick sono di una tale gravità e nefandezza da provocare sconcerto, ma le accuse sono precise e si parla anche di celebrazione sacrilega dell’Eucaristia con i medesimi sacerdoti coinvolti nelle turpitudini.
Di conseguenza nel suo appunto Viganò chiede con forza che per una volta l’autorità ecclesiastica intervenga prima di quella civile e prima che la stampa faccia esplodere il caso. Sarebbe salutare. Ma dai superiori nessuna reazione. E l’appunto non viene mai restituito.
Viganò non si arrende e torna alla carica nel 2008. Richard Sipe, psicoterapeuta e studioso dei comportamenti sessuali dei preti cattolici e dei loro superiori, scrive quell’anno a Benedetto XVI una lettera il cui titolo dice tutto: «Your Holiness, I Have the Evidence. Card. McCarrick Is a Homosexual, Please Act». Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, e il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ne sono subito informati. Inoltre Viganò consegna un appunto in proposito al nuovo sostituto Fernando Filoni. E, già che c’è, allega l’appunto di due anni prima, tornando a sottolineare la gravità della situazione. Ma la reazione delle alte gerarchie è sempre la stessa: nessuna risposta.
È grazie al cardinale Giovanni Battista Re, all’epoca prefetto della Congregazione per i vescovi, che Viganò viene a sapere che papa Benedetto XVI, a conoscenza della denuncia di Sipe, ha ordinato a McCarrick di lasciare il seminario in cui risiede e gli ha proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l’obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza.
È il nunzio Sambi a comunicare il provvedimento a McCarrick, nel corso di un incontro burrascoso. Poi, quando Viganò diventa nunzio negli Usa, è lui stesso a ricordare gli ordini del papa a un McCarrick che riesce solo a farfugliare una risposta confusa cercando goffamente di minimizzare.
Ma come ha fatto McCarrick a diventare ciò che è diventato (arcivescovo di Washington, e cardinale, dopo essere stato arcivescovo a Newark) visto che i suoi comportamenti erano quelli che erano?
Se lo chiede anche Viganò, che attribuisce la responsabilità della carriera di McCarrrick al cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato dal 1991 al 2006 e al cardinale Tarcisio Bertone, suo successore. Ma Viganò coinvolge anche l’attuale segretario di Stato, Pietro Parolin. Quando infatti è evidente a tutti che McCarrick non obbedisce agli ordini di Benedetto XVI e anzi gira per il mondo, Viganò scrive a Parolin chiedendo se le sanzioni siano ancora in vigore, ma la sua domanda resta, tanto per cambiare, senza riposta.
Altri che certamente seppero, ma tacquero, furono, scrive Viganò, il cardinale Levada, il cardinale Sandri, monsignor Becciu (ora cardinale), i cardinali Lajolo e Mamberti. Insomma, i vertici al completo.
Non meno devastante, stando alle rivelazioni di Viganò, il quadro negli Stati Uniti. Anche lì tutti sapevano, a partire dal cardinale Wuerl, successore di McCarrick a Washington, ma nessuno si mosse. E oggi le dichiarazioni di Wuerl, secondo il quale lui non seppe nulla, «sono assolutamente risibili».
Quanto al cardinale Kevin Farrell, attuale prefetto del Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, il quale a sua volta ha detto di non aver mai avuto sentore degli abusi di McCarrick, Viganò scrive: «Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli». Infine del cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Commissione vaticana per la protezione dei minori, Viganò afferma: «Mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità».
Ma a questo punto la drammaticità del memoriale di monsignor Viganò sale ulteriormente di tono, perché coinvolge direttamente papa Francesco.

L’anno è il 2013, il mese giugno. A Roma c’è una riunione dei nunzi di tutto il mondo e anche Viganò è presente. Emozionato per la prospettiva del primo incontro con il nuovo pontefice, l’arcivescovo si reca a Casa Santa Marta, la residenza scelta da Bergoglio al posto del palazzo apostolico, e chi trova lì? Un cardinale McCarrick sorridente e sereno, che indossa la veste filettata e saluta Viganò facendogli sapere in tono baldanzoso: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina!».
Annota Viganò: «Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il Card. Bergoglio e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova University ed in un’intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi».
Il primo, atteso incontro di Viganò con il papa ha un che di surreale e lascia il povero nunzio senza parole. Ma il peggio deve venire.
È il 23 giugno 2013, domenica. Il papa riceve Viganò prima dell’Angelus. Fa alcune affermazioni che all’arcivescovo suonano quanto meno sibilline, poi, di punto in bianco, gli chiede: «Il card. McCarrick com’è?».
Al che il nunzio risponde: «Santo Padre, non so se lei conosce il card. McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i Vescovi c’è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi ad una vita di preghiera e di penitenza».
Reazione del papa? Nessuna. Anzi, Bergoglio cambia subito argomento. Ma allora, si chiede uno sconcertato Viganò, perché mi ha fatto la domanda?
Il nunzio lo capisce una volta tornato a Washington. Lì apprende che tra il papa e McCarrick c’è uno stretto legame. La domanda posta da Bergoglio al nunzio era dunque una trappola. Sta di fatto che, secondo il racconto di monsignor Viganò, almeno dal 23 giugno 2013 papa Francesco è a conoscenza del caso McCarrick.
A questo punto Viganò commenta: «Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 ed ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest’ultimo si sente così sicuro della protezione del papa che può cestinare come “pettegolezzi” gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario».

Dunque Francesco sapeva. Lo sa da tempo, almeno da cinque anni. «Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale». Ma, «pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto ad oltranza, anzi ha fatto suoi i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni e da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti [nel luglio di quest’anno, ndr] per salvare la sua immagine mediatica».
«Ora – continua Viganò – negli Stati Uniti è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti, che chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si devono dimettere. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre ricuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell’uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale».

«Imploro tutti, in particolare i Vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, a denunciare ai media ed alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità san Giovanni Paolo II: non abbiate paura! Non abbiate paura!»
All’Angelus del 12 agosto scorso Francesco ha detto che «ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se ciò è vero, e lo è, quanto più grave è la responsabilità per il papa, il supremo pastore! Eppure, sostiene Viganò, nel caso di McCarrick il supremo pastore «non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi, con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo».
Papa Francesco dunque «riconosca i suoi errori e, in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, sia il primo a dare il buon esempio a Cardinali e Vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro».
Questa la richiesta, perentoria, senza mezzi termini: dimissioni. L’unico gesto che può aiutare il risanamento.
La situazione è drammatica, ma monsignor Viganò invita a non perdere la speranza. Pur «nello sconcerto e nella tristezza», dice, pensiamo ai tanti preti e vescovi che compiono il loro dovere e non perdiamo la fede nel Signore. Anzi, è proprio in questi momenti che «la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno, per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!».

Aldo Maria Valli 

26 Agosto 2018

Chi volesse leggere il memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò nella versione integrale lo trova qui.

Condividi con:
Vaticano e mondo islamico

Vaticano e mondo islamico

Nel 2006, papa Benedetto XVI, nel suo discorso di Ratisbona, ha detto ciò che nessun Pontefice aveva osato mai dire: che esiste un legame tra la violenza e l’islam.

Dieci anni dopo, papa Francesco non ha mai chiamato per nome i responsabili delle violenze contro i cristiani e non ha mai scandito la parola “islam”. Dopo Ratisbona, le scuse al mondo islamico sono diventate la politica ufficiale del Vaticano.

Oggi, l’intero corpo diplomatico del Vaticano evita accuratamente di pronunciare le parole “islam” e “musulmani” e nega che esista uno scontro di civiltà.

Di ritorno dalla Giornata mondiale della gioventù in Polonia, papa Francesco ha detto che tutte le religioni, compreso il cattolicesimo, hanno un potenziale di violenza. Francesco ha poi detto che “l’idea della conquista” appartiene all’islam come religione, ma ha subito aggiunto che si potrebbe interpretare con la stessa idea di conquista anche il cristianesimo “.

Bergoglio ha anche dichiarato che “l’islam è una religione di pace compatibile con il rispetto dei diritti umani e la convivenza pacifica” e ha asserito che sono i mali dell’economia mondiale, e non dell’islam, a ispirare il terrorismo.

Cosa ci dicono queste dichiarazioni papali? Che l’Europa sembra aver messo a punto una nuova strategia in tempo di guerra: sacrificare le vittime per evitare di dover combattere i carnefici.

Giulio Meotti

Tratto da: Il suicidio della cultura occidentale, ed.Lindau, pag.210

Condividi con:
“Lettera aperta al Papa” di Deborah Fait

“Lettera aperta al Papa” di Deborah Fait

Egregio Pontefice,

Sono qui a scrivere per esprimerle il mio disappunto come essere umano alle sue esternazioni dopo la dichiarazione di Donald Trump su Gerusalemme Capitale di Israele.
Non appena la decisione del presidente americano è diventata pubblica, lei è stato tra i primi a commentarla e lo ha fatto esattamente come io mi aspettavo.
Nessuna parola di pace, nessuna raccomandazione agli arabi (palestinesi) di evitare violenze e terrorismo, nessun appello alla calma, tantomeno un accenno al diritto di Israele di avere riconosciuta la propria capitale millenaria.
Le sue parole, del tutto faziose e dirette esplicitamente allo stato ebraico, sono state :” “Non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite. Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i luoghi santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti”.
Mi chiedo per quale motivo lei abbia trovato necessario invocare lo status quo dal momento che ( e lei lo sa perfettamente) Israele ha sempre garantito, nonostante gli attacchi di guerra arabi e il terrorismo palestinese, la libertà di culto per tutte le religioni. Non solo per le tre religioni monoteiste ma anche per i Bahai che, fuggiti dalle persecuzioni in Iran, si sono rifugiati in Israele dove hanno, a Haifa, il loro tempio più bello, e per tutte le altre fedi esistenti nel Paese.
Perchè ha voluto mettere la mani avanti sapendo perfettamente che Israele è una democrazia e come tale si comporta nei confronti di ogni religione?
E poi di quale status quo parla? Quello interpretato dai palestinesi con la loro violenza, con le continue pretese, con il veto di salire sul Monte se non dopo previo benestare del waqf?
Quando questa terra era occupata dall’islam, prima i turchi e poi la Giordania, ebrei e cristiani non potevano accedere ai propri luoghi santi. Erano interdetti, quando non venivano rasi al suolo, e il Kotel, sacro agli ebrei perché unico muro rimasto in piedi dalla distruzione del Tempio di Salomone, era addirittura chiuso da un altro muro a ridosso del quale erano state sistemate le latrine pubbliche.
E lei Pontefice parla di status quo sapendo perfettamente che attualmente gli ebrei possono accedere al Monte del Tempio (Bet haMikdash) solamente in orari stabiliti dagli arabi e quando riescono ad arrivarci vengono assaliti da donne e uomini e bambini palestinesi che urlano, strattonano e sputano loro addosso.
E’ questo il suo prezioso status quo, egregio Pontefice?
All’inizio di questa lettera ho scritto che mi aspettavo le sue parole e le spiego perché.
Se lo ricorda il massacro a Charlie Hebdò e al Superkosher di Parigi? Se li ricorda i morti al grido di Allahu Akhbar? E si ricorda qual è stato il suo commento rilasciato sull’aereo che la riportava a Roma da uno dei suoi tanti viaggi all’estero?
Io me lo rammento bene perché è stato in quel momento che ho perso stima e illusione nei suoi confronti. “Ma se qualcuno offende la mia mamma, beh, io gli do un pugno” queste sono state le sue parole, crudeli e pericolose, che giustificavano i terroristi assassini di giornalisti colpevoli di aver fatto satira su Maometto.
Dopo questo fatto dovevano arrivarne altri ad aumentare la mia disillusione, mi riferisco quando a Betlemme lei fece fermare la macchina per andare davanti al muro salvavita…nostra, a pregare.
Lei forse non sapeva che quel muro era stato costruito per bloccare i terroristi che ogni santo giorno entravano in Israele e fare decine e decine di morti tra la popolazione civile? Come dice? Lo sapeva? E allora perché è andato proprio là a pregare? E’ stato forse costretto dal suo caro amico Abu Mazen? Può darsi, non lo so, sono generosa e le do il beneficio del dubbio anche se credo che un Sommo Pontefice abbia la facoltà di dire di no a un terrorista.
Non le do invece nessun beneficio per quella messa recitata sotto una gigantesca immagine di Gesù Bambino coperto da una kefiah palestinese.
Non mi dica, egregio Pontefice, che lei, proprio lei, capo assoluto della Chiesa cattolica, non sa che Gesù era ebreo, che come tale è vissuto e come tale è morto, come ebreo ha celebrato il proprio Bar Mitzvà a Gerusalemme, davanti ai rabbini, all’età di 13 anni, come ogni bambino ebreo. Non mi dica che non lo sapeva!
E allora perché? Cosa l’ha indotta a compiere un atto di tale offesa per tutto il mondo cristiano? Cosa può averla convinta a sottomettersi alle fantasiose favole della lercia propaganda araba? La ragion di stato? Quale stato?
Non esiste nessuno stato palestinese , esiste solo un’ accozzaglia di terroristi, (autoproclamatisi palestinesi quando questo nome era degli ebrei che vivevano nel Mandato britannico di Palestina) che vogliono distruggere uno stato sovrano, Israele!
A questi episodi mi va di aggiungere il suo volto serio e corrucciato quando è andato in visita al Tempio Maggiore di Roma, si vedeva lontano un miglio che non era felice nè sereno. Si capiva che non le piaceva proprio trovarsi là, forse temendo di fare cosa sgradita ai musulmani. Non doveva preoccuparsi, però, dal momento che solo due anni prima era andato a prostrarsi, scalzo e piegato fino a terra, nella moschea blu di Istanbul dove si era graziosamente intrattenuto, pieno di sorrisi e generoso di abbracci. Secondo me, poteva bastare ad equilibrare le cose persino per l’intolleranza e l’odio islamico per gli infedeli ebrei.
Concludo questa mia avendo davanti agli occhi la visione di lei che, il giorno successivo alla dichiarazione di Donald Trump, ha ricevuto, senza por tempo in mezzo, una delegazione palestinese per il dialogo inter-religioso. E li ha accolti con queste parole “Per la Chiesa cattolica è sempre una gioia costruire ponti ed è una gioia particolare farlo con personalità religiose e intellettuali palestinesi”.
Sembra una barzelletta, egregio Pontefice, è una barzelletta!
A questo punto, amareggiata da tanta parzialità di chi dovrebbe essere del tutto imparziale, la saluto assicurandola che, nonostante il suo amore per la dittatura palestinese, Israele, fulgida democrazia, garantirà sempre la libertà di culto che la rende l’unico paese del Medio Oriente dove i cristiani sono liberi di pregare e di vivere rispettati e tranquilli.
Purtroppo ai pochi rimasti nei territori di Abu Mazen e di Gaza non è concesso.

Condividi con: